Prosa

Oltre ai lavori scientifici di argomento biblico e teologico, per le pubblicazioni di prosa si fa riferimento al volume Il pane del silenzio (Book Editore, Castel Maggiore Bologna 2004) che raccoglie gli articoli scritti dal 1975 al 1993 per le riviste “Messaggero Cappuccino”, “Frate Francesco” e “Settimana”.

Per quanto concerne la corrispondenza, è stata pubblicata la lettera a Suor Emanuela Ghini del 31.1.1980, nel fascicolo commemorativo uscito in morte su “Messaggero Cappuccino” (1994/4). E si conservano in archivio, inediti, presso il Convento san Giuseppe di Bologna, documenti personali e privati, tra i quali bozze o minute di lettere, pagine di diario, appunti di lavoro….

 

da Il pane del silenzio, l’articolo 8 frammenti in giro per il mondo:

 

8 frammenti in giro per il mondo

Sono piccolo servo di tutti, tenuto ad amministrare a tutti le odorifere parole del mio Signore, senza la pretesa di imprigionare la Parola

 

Da Bevagna

Fratelli miei poeti, vorrei pensarvi ancora come le rondini di Alviano o come le inespugnabili “torri di Dio” di Rubèn Darío. Ma per alzarvi a volo vi conviene lasciare i sofismi e le alchimie della ragione idolatrata o vilipesa.

Alla levità dell’umorismo si perviene dall’humus della santa umiltà. Per riavere il dono di conferire il nome esatto alle cose, è necessario che Dio vi tolga la parola e che torniate alla nudità di Adamo. Tornerete a dire parole “odorifere” anche voi.

Se non vi lasciate sloggiare da voi stessi, vi sarà negata l’estasi o uscita da sé e quindi l’entusiasmo o invasione di Dio e la profezia o divina mania.

Non è tanto il poeta quanto il cantare che vale. Perciò “andate alle cose”, come suggeriva il vostro J.R. Jiménez. Ricordate frate Jacopa e il mio incomparabile Jacopone. 

Dal luogo di Bevagna, 13 marzo dell’anno del Signore 1212, Frate Francesco, minimo tra voi e servo.

 

Dalla Porziuncola

Il Vangelo “sine glossa”, il mio volto senza trucchi. Non mi riconosco nel romantico ragazzo di “Fratello sole e sorella luna”. Mi sono forgiato nel crogiolo; sono vissuto nella vertigine fra l’essere e il nulla. È di là che sgorga il canto profondo. Non travisare, non deformare.

Se in un soprassalto di follia ho presunto dire troppo di Dio: “Tu sei… tu sei… tu sei bellezza… tu sei bellezza”; ora so che Egli è l’Ineffabile. Però a Lui possiamo chiedere con M. De Unamuno: “Che pensi, morto Cristo mio?” (A Cristo del Velasquez). Poiché s’è fatto come noi nel dolcissimo Signor nostro Gesú Cristo.

Dal luogo di Santa Maria degli Angeli, il 2 agosto 1214, Frate Francesco, vostro piccolo servo.

 

Da San Damiano

Sappiate ridere con mite ironia dei vostri giocattoli di stagnola, dei vostri poemucci asmatici, delle strutture avveniristiche, ma anche delle vostre navicelle spaziali. Se vi fosse dato di vedere da quassú “l’aiola che vi fa tanto feroci”!

Il progresso della scienza è dato dalla scoperta di ciò che esisteva “ab immemorabili” e il limite sarà sempre invalicabile.

Sebbene “i demoni del sottosuolo” siano saliti in piena luce e giochino allo scoperto, non crediate che qualcuno possa aver detto tutto o possa metter punto al mondo e alla storia. Chiunque lo presumesse – e non facciamo nomi per carità cristiana – scambierebbe il proprio limite con il limite assoluto.

Per possedere l’amore “ch’a nullo amato amar perdona”, è necessario il vuoto: allora crescerà la capienza per accogliere il tutto. È necessario non escludere nulla pregiudizialmente, ma restare aperti verso tutto il possibile reale. È questa saggezza la via della salvezza.

Dal giardino di San Damiano, il 4 maggio 1215, Frate Francesco, uomo di poco conto e labile.

 

Da Greccio

Amici esteti, non cantate solo voi stessi sulla rotta del “bateau ivre”. Il mondo non è uno specchio che rimanda la vostra immagine, ma un alabastro che lascia intravedere l’Uomo della Sindone.

Troppo spesso il canto non è che il “quotidiano innamoramento di noi stessi” (C. Betocchi): un amore frainteso, non per l’Amor mio crocifisso, né per suor Chiara; nemmeno “amore di terra lontana” (J. Rudel), né della carne ferita di Giacomina de’ Settesolî.

S’è spento il turchino dei cardi e molti di voi sono cactus che uccidono le gazzelle assetate della savana.

Si sono rarefatti i cantori e sono cresciuti gli incantatori. Ma non giova nulla ergersi arbitri delle cose e arrogarsi la scienza del bene e del male. Se ne ridono i bruchi e gli astri.

Sappiate dire all’homunculus che dorme in ognuno di noi: “Apri la bocca: mo’ vi ti caco” (FF 1863).

Anch’io ho dovuto lasciarmi cancellare, farmi idiota e suddito a tutto, accettare il pianto del nascere e il canto del morire. Soltanto cosí è sgorgato il “Cantico delle creature”.

Cosí anche per voi il sonetto “Alla sera” diventerebbe “L’infinito”.

Dallo speco di Greccio, il 28 novembre 1217, Frate Francesco, poverello di Cristo.

 

Da Rivotorto

Non si sa piú cosa cantare, né come. Allora ci si presta al gioco di chi esalta la libertà per schiavizzarla, la ragione per vilipenderla, l’innocenza per dissacrarla, la giovinezza per ammassare montagne di dollari.

Cosí rimane la via inutile senza mèta, la strada infinita senza traguardo, la rotta vorticosa senza approdo.

Rimane il grido della carne, l’iterazione annoiata e malinconiosa di gesti amorosi senza amore.

Rimane la “mola” del tempo, girata da matasse nucleari sulla distesa di cranî; la spirale del tutto uguale al nulla, del nulla uguale al tutto.

Rimane il gioco delle parole insignificanti, che voi dite “asemantiche”, gli osceni graffiti per “ammazzare il tempo”.

Ascoltatemi, fratelli miei: uscite dal labirinto dietro il filo serico della fede.

Dal luogo di Rivotorto, il 20 luglio 1219, Frate Francesco, piccolo e disprezzato.

 

Dalla Verna

Cari amici poeti, nomadi in un deserto verso l’oasi inesistente, fermatevi, vi prego, presso il calvario del Tibesti, dove il simún ricrocifigge il mio Signore alla roccia.

Lasciate che i torrenti inquinati e torridi si perdano sotto la sabbia: risgorgheranno freschi e trasparenti. Lasciatevi diroccare le cattedrali di parole e imparate a tacere presso l’arcosolio dove giacque il Crocifisso‑Risorto e su cui filtra una luce alabastrina d’abside antica.

È necessario diventare inutili per i benpensanti: gente di cui nessuno ha bisogno e senza di cui nessuno può vivere.

Chi può deformare la retta fra la coscienza e le cose è lo sguardo interiore, e il lupo di Agobbio altro non è che i ladroni di Montecasale.

È l’oblio del Signore, “morto per amore dell’amor mio”, è lo “sbrigliamento di tutti i sensi” (A. Rimbaud) a rompere l’equilibrio originario della mente e del cuore. È dentro di noi l’habitat dei conflitti nucleari nel folle incrocio dei laser di coscienze prevaricatrici.

È per ciò che vi è sempre piú difficile “guardare la carne senza disgusto” (C. Baudelaire); soprattutto dopo che avete visto l’inferno delle donne laggiú (“l’enfer des femmes là‑bas”, A. Rimbaud).

Il mondo è pieno di schegge impazzite di poesia per la smania di sempre nuove poetiche. Ma la precisione tecnica dei vostri calchi traspira un sentore di obitorio. Eppure il mio Cristo di Greccio e della Verna sarebbe ancora il paradigma per coniugare compiutamente i vostri “verbi”.

Dal luogo del Sasso Spicco, il 17 settembre 1224, Frate Francesco, idiota e suddito a tutti.

 

Dalle Carceri

Né il tutto, né il nulla è dato all’uomo dire pienamente. La pretesa d’imprigionare la Parola nelle parole conduce alla mutezza della pagina bianca.

Fratelli miei poeti, il fuoco divino è vietato ai mortali. È meglio “Platero ed io” che “Animal defundo”.

Siate obbedienti ad ogni creatura e lasciate rifluire l’acqua nel pozzo, l’amor di Chiara “clarita e bella”, oltrepassando “il particulare”, per aderire al tutto. La poesia non sgorga, alta e continua, dalla dissolutezza dei sensi.

Quando i miei occhi erano intrisi di lacrime, ero come la pietra al sole, come l’Ecce Homo! coronato di spine, in mano lo scettro di canna, nella consunta clamide rossa. Di là eruppe il mio brano di sereno e, se volete godervelo, dovete finire nudi sulla nuda terra nel grido del silenzio d’abisso intorno all’Amor mio crocifisso.

Dalle Carceri di Assisi, 30 agosto 1226, Frate Francesco, il piú piccolo dei frati.

 

Dal Paradiso

Fratelli miei poeti, io, trovadore di Dio, piú che scrivervi, avrei voluto conversare con voi, e piú con lo sguardo e per cenni che con le parole. A volte m’ha sfiorato il dubbio se quell’antica amicizia ci legasse ancora. La poesia quassú è la vita stessa; eppure quanta fatica a scordare le parole del mio tempo, come “jorno”, “sirocchie”, “mentovare”, “claritate”, “frate Jacopa”, qui dove non servono parole.

Eppure la poesia – non le velleità poetiche – è presente in tutto il paradiso: è una faccia del tetraedro dell’essere, unum verum bonum pulchrum. E sebbene qualcuno, che ancora fa l’onesto mestiere del critico, mi sussurri che la poesia oggi è una specchiera infranta e che il volto dell’Uomo occhieggia dai frammenti sparsi qua e là nel fango, tuttavia lo specchio è ricomponibile se, guardandovi dentro riscoprite il volto dell’“Altissimo, onnipotente e bon Signore”. Se cioè lo specchio di Narciso diventa il cristallo dei santi e il prisma trinitario.

Scrivendo a voi, oggi, ho dovuto “acculturarmi” non poco. Voi sapete che la saccenteria non mi confà proprio, ma standomene nell’empireo, ho imparato anch’io tante cosucce e mi son preso anche il vezzo di plagiare qualche vostra splendida frase, idilliaca o tragica.

Comunque, prima di lasciarci, debbo dirvelo: per voi la poesia, in ogni tempo e luogo, non sarà altro che un maestoso “murale” o un fragile “paravento”: la forma del desiderio di ciò che vorreste essere.

Dal quarto Cielo o del Sole, il 30 giugno dell’anno del Signore 1987, Frate Francesco, giullare di Dio.

                                                                                                                                                       ( “Messaggero Cappuccino”, 1987)

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