Nóstoi. Il sentiero dei ritorni è una raccolta antologica postuma, uscita – con il contributo dell’Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna – nel primo anniversario della morte di Agostino Venanzio Reali, a cura dei confratelli Dino Dozzi e Flavio Gianessi, con l’introduzione di Ezio Raimondi e Alberto Bertoni. Comprende le raccolte: Incontro alle cose, Fantasmi di un reduce, Congedo; componimenti di Poesie eccedenti; e Sutor, (quasi tutte) le poesie apparse in “Messaggero Cappuccino”.
Introduzione
C’è una poesia della meditazione, che nasce dal sentimento umile e stupito delle cose, dal brivido sereno degli affetti quotidiani, dal diario alterno della gioia e del dolore, dal cammino fiducioso, paziente, commosso, che viene compiuto “sull’orlo del mistero”. E in tale poesia si fa luce a poco a poco la certezza, che è anche “dolce nescienza”, di un ordine invincibile radicato nel segreto muto del cuore. L’esperienza lirica di padre Venanzio Reali appartiene alla sfera meditativa di una simile religiosità esistenziale, incarnata in ricordi, eventi, figure, ombre, colori, luci alterne del giorno, nell’aria tranquilla e assorta di una severa provincia agreste.
Eppure, non appena si chiude il libro che raccoglie per riaggregazione progressiva – specchio di una generosa e cristiana ridondanza – l’opus quasi integrale di questa voce poetica attenta a riprodurre in solidi ritmi e in esatte campiture prosodiche i sussulti, i pensieri, le agnizioni di una mente sensibile (e di un cuore tutt’altro che semplice o accomodante), non ci si può appagare di alcun metro prestabilito di giudizio. Non valgono certo, per Nóstoi, le etichette riduttive di poesia confessionale o di lingua saggiamente media aperta ai fervori emotivi o – magari – di imagery debitrice al repertorio lirico dei tanti eredi dell’ermetismo che – con l’aura delle loro metafore suggestive – appartengono alla medesima generazione del Reali. Gli scarti piú manifesti di senso sono sí provocati dal contatto di concreto e di astratto: ma è un contatto che non viene realizzato per via direttamente analogica, bensí – il piú delle volte – lucidamente “narrato” e poi ordinato in una sintassi impeccabile sul piano della coerenza compositiva. Il fondamento oggettivo e “informe” del mondo, con il brusio aspro e crudele della storia, è radicato nella necessità ultima di questo libro. (…) – dalla introduzione di Ezio Raimondi e Alberto Bertoni –
da Incontro alle cose
MATTUTINO
Con un lagno d’armonica
mi si modula dentro il carpegna
e muore nelle vie il profumo
esotico di barberia.
Nel mattino una voce
tintinna di bambina,
fiore della solitudine,
foce del mistero che adoro.
IO E LA STRADA
Io e la strada soli
e il bianco muricciuolo
sorretto da un poco di vento,
reclini i pensieri alle nubi
stese sulle vitalbe.
Finalmente con me stesso
in questo silenzio di strada
e il mondo non lontano.
Dietro il muretto nel sole
giocano i bimbi, ma alto
è il muro e sordo d’anni,
recinto da filo spinato.
Me ne vado col vento che riesce
a un valico celimontano.
ESULE
Viaggiare la brina nei capelli
nell’alba mare alla mia vela,
grumo di nubi senza lenimento.
Nella via col vento la luce
dagli occhi trascorre alle cose.
Ho un ronzio nei timpani,
seguo una traccia cruenta:
ognuno custodisce la morte
come uno stupefacente,
sebbene di buonora i passeri
si destino a cantare sugli alberi
contro il rosa indicibile
di aurore già fredde.
STRANIERO
Migrare nel mattino
in una grandine di serrande
solo fra gli alberi slenati,
remota la città riversa a mare.
Andarmene mite senza rancori,
mirando il sole indugiare alle imposte
socchiuse e ferme, per vie mute
ancora inerme il rapace dentro.
Cani di luce destano
musica di profili nell’animo
e sul vento dell’ira un’inconscia
preghiera alle pleiadi.
Io patisco ancora le distanze,
ma nel sole le umili case
novelle spose quiete d’amore
guardano confidenti e paghe
me che me ne vado inquieto.
